martedì 7 giugno 2016

Preghiera presso un cimitero - dal quarto canto dell'"Art Nouveau"; di Giancarlo Petrella

Non essere umana; non far che affanni
ti sussurrin cose, non far che cose
siano affanni, dimentica pur li anni:[1]
senza età, senza un nome. Portò, se[2]
ricordi, odio la parola, tiranni
i pensieri, gli amori spenti, chiose[3]
di un esser vuoto. Sii, fra queste lapidi,
luce, chiaror di luna, canto di api.[4]

[1]Rima inclusiva: anni, affanni.
[2]Rima composta: cose, portò se.
[3]Rima preziosa: cose, chiose.
[4]Rima mascherata: lapidi, api.

di Giancarlo Petrella,
tratto da "La Morte del Tempo - Art Nouveau”
Proprietà letteraria riservata©

venerdì 26 febbraio 2016

L'Albero - Ezra Pound

Fui immobile e un albero fra ‘l bosco,
conoscendo verità di cose mai viste prima,
di Dafne e della fronda d’alloro
e di quel vecchio matrimonio, festeggiato dagli dei,
che crebbe qual rovere fra ‘l brughiero.
Solo quando gli dei furono
dolcemente pregati, portati entro
nel cuore della casa amata,
poterono tali meraviglie compiere;
comunque sia sono stato un albero fra ‘l bosco
comprendendo molte cose nuove
che alla mia mente sembravano follia.

traduzione di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata©


testo originale
The Tree
[da PERSONAE]

I stood still and was a tree amid the wood,
Knowing the truth of things unseen before;
Of Daphne and the laurel bow
And that god-feasting couple old
That grew elm-oak amid the wold.
'Twas not until the gods had been
Kindly entreated, and been brought within
Unto the hearth of their heart's home
That they might do this wonder-thing;
Nathless I have been a tree amid the wood
And many new thing understood
That was rank folly to my head before.

lunedì 18 gennaio 2016

Envoi - Ezra Pound

Vai, libro nato muto,
di’ a lei che mi cantò una volta quel canto di Lawes:
se avessi solo 'l canto
come altre cose non ignorato,
ci sarebbe ragione pur per perdonare
ogni mio sbaglio che menzogna pesava su di me;
eternando le proprie glorie.

Di’ a lei che getta
dei tesori nel libero spazio,
curando nient’altro che le grazie diano
vita al momento;
vorrei offrirle il vivere
delle rose, nella magia dell'ambra avvolte;
rosse intrise con l'arancio e composte tutte quante
da un’unica sostanza ed un unico colore,
sfidando 'l tempo.

Di’ a lei che cammina
col canto sovra 'l suo labbro
non cantandolo, non conoscendo
il creatore di esso, che un'altra bocca,
forse bella come la sua,
potrebbe, in una nuova era, trovarle adoratori,
quando le due nostre pietre saranno con quella di Waller deposte,
strato su strato nell'oblio,
finché il mutamento avrà disgregato tutto,
eccetto che la Bellezza solo.

traduzione di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata©

testo originale
Envoi
[da HUGH SELWYN MAUBERLEY]

Go, dumb-born book,
Tell her that sang me once that song of Lawes:
Hadst thou but song
As thou hast subjects known,
Then were there cause in thee that should condone
Even my faults that heavy upon me lie,
And build her glories their longevity.

Tell her that sheds
Such treasure in the air,
Recking naught else but that her graces give
Life to the moment,
I would bid them live
As roses might, in magic amber laid,
Red overwrought with orange and all made
One substance and one colour
Braving time.

Tell her that goes
With song upon her lips
But sings not out the song, nor knows
The maker of it, some other mouth,
May be as fair as hers,
Might, in new ages, gain her worshippers,
When our two dusts with Waller’s shall be laid,
Siftings on siftings in oblivion,
Till change hath broken down
All things save Beauty alone.

venerdì 8 gennaio 2016

Francesca - Ezra Pound

Venivi dalla notte uscendo,
e vi erano fiori nella tua mano;
ora verrai fuori dalla bolgia di persone,
dal tumulto di parole su di te.

Io che ti ammiravo fra i primi enti,
mi adirai quando pronunciarono ‘l tuo nome
in un luogo comune.
Volli che le onde gelide fluttuassero sulla mia mente,
che il mondo si inaridisse come foglia morta,
come inutil bacca di dente di leone e spazzato via,
così che io potessi trovarti di nuovo

Sola.

traduzione di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata©

mercoledì 30 dicembre 2015

Il Mantello - Ezra Pound

Di te conservi il tuo petalo di rosa
finché il roseo tempo terminerà;
credi che la morte brami baciarti?
Credi che la casa oscura
            ti trovi qualche amante
simile a me? che alle nuove rose mancherai?

Preferisco il mio mantello a quello della polvere
            sotto cui giace l’anno trascorso,
perché tu dovresti di più diffidare
            del tempo che non dei miei occhi.

traduzione di Giancarlo Petrella,
Proprietà letteraria riservata©

domenica 1 novembre 2015

L’ombra di Archia - dal terzo canto dell'"Art Nouveau"; di Giancarlo Petrella

Oh Cino da Pistòia, padre eletto,
tu ‘l sai del verso il metro, poiché regole
hai nel dolce suon, che nell’intelletto;
tale spontaneità rendesti di egloghe,
non conteggiar meccanico prescelto.[1]
Pur l’oblio a sé richiama qual idëa
degl’infernali fiumi un fosco suono,
come l’archetto rapido un tremore,
come sovviene l’oblio col ricordo.
Un’ombra appare, romano vestita,
pur non par quel Catone che persuasemi
ad adornare i canti col pudore,[2]
tessuti d’oro, con densi colori;
l’ombra è un poeta, perché al cuor doppiamente
astringe la lira; e un poco guardandomi,
sentendo l’alternarsi dei concetta,
spira queste parole quale soffio
flebile mattutino nel frastuono
gelido della notte obliata ai lumi.
« A che la diffusione dei miei versi?
Fra l’università diffusi, fissi
nell’intelletto dei dotti, che giova?
A che se il popol tutto, come ognuno
ben sa il proprio dolore, conoscesse
i versi miei? Frattanto soffia ‘l vento
e linee forma a la riviera e il mare
non se ne avvede. La colonna Aurelia,
pur fra le parti che mai nuovo sguardo
vedranno, ha perfezione; così come
gl’immani volti nei mostruosi templi
alcun viandante li coglie qual uno:
il reale non si vede se virtude
prescelte non vi sono nel mirare. »
« Saggezza rechi col parlar cortese,
chi sei tu? » « Non t'importi chi sia stato,[3]
cose non leggerai mie,[4] le ha la polvere;
l’orator,[5] che tu leggi con pio senno,
a me difese, e ciò basta a saper
ch’io sia; tornando al dire: molti poeti
che furono illustri uomini la polvere
li agghiaccia nella terra e negli archivi;
se i posteri che muta mi hanno in cura?
E si leggeranno forse negli ultimi
istanti i miei versi? Ne avrò qual gaudio;
leggere l’uom deve per eternarsi;
e se l’uom più non fosse e il suo linguaggio
lo apprendesse altra specie e fossi io eletto
nella corte dei pöeti qual unico
esempio che giova? Ne avrò qual gaudio?
Certo la vita cesserà del sole,
similemente la nostra; e la gloria
non di un secondo procrastinerà
il termine: i Romani un mondo vasto
ebber, pur molti popoli e diversi
non seppero dei Cesari e del Foro.
Allora un peso presemi e il terreno,
sospirando, ed il ciel mirai; più ruderi
che stelle vidi, ero presso quel colle
ove i fasti di Roma ben si mirano,
e volgendo lo sguardo al Poeta, dissi:
« Ora che siam in questa landa vedo
colonne desolate: non è data
al possibile questa solitudine.
Intorno sassi sparsi qual rimpianti;
un flebil raggio, pallido, le mura
ricorda e tenta d’essere, non può,
perché l’oscurità ha ivi sede. Buia
è questa vita, l’esistenza un frùscio
d’incertezze, non v’è nessun mistero,
né turbamenti, se non essa stessa. »
Mi interruppe, e ridendo a me cortese:
« nessun perché si scema nel pensiero,
l’uman riflettere si incristallìnea
nel vago essere. Ruderi di un mondo
che fu son le rovine; rovinose
quale pensier che tutto vuol avvolgere.
Il passato è un vedere certe cose,
che più non sono, spenta fiamma; oscuro
è il nascer del futuro; questi reale
non è, né può il presente, che vuol l’essere. »
Quand’ebbe degnamente terminato
il discorso, compresi il nulla, il frivolo
dell’ardore dell’essere, e qual suono
chiama un ricordo, apparve nuovamente
quel Catone che mai di onore è sazio,
con una clamide rossa vestito
nella sua potestà, un poco guardando,
mi indicò le rovine a noi d’intorno.
Erba morta, di muschio odor e fango
antico vedo d’intorno posarsi;
né margherita, né dolce melòde
allieta il vento; mentre fra le pietre
scende ‘l pensere a’ cadaveri muti,
per le pietre l’immago di Persèfone
sorge, votivi canti reclamando,
e ovunque spazia, libero, l’oblïo.

[1]Ossia che non segue regole metriche rigide. Ndc
[2]Catone è una delle quattro guide e rende i canti più pudici, v. il Canto II. Ndc
[3]Il verbo così coniugato da subito l’idea che chi parla è un defunto. Ndc
[4]Nulla ci è pervenuto del poeta Archia. Ndc
[5]Cicerone, che scrisse per l’appunto il Pro Archia poeta. Ndc


di Giancarlo Petrella,
tratto da "La Morte del Tempo - Art Nouveau”
Proprietà letteraria riservata©

Composi i primi versi in omaggio a un grande poeta, grandissimo; eccelso nella spontaneità, limpido nei pensieri, attento al decoro. Per evocare il sogno del leggere i suoi versi, ho posto, nell’incipit della composizione, rime che si scemano, sicché l’ultima parola rimata contiene – idealmente – in sé le altre; essa non consiste più in una semplice rima, ma in un suo ricordo. Riguardo alla metrica, sigillo dicendo:
Ciò che leggete è forgiato dal classico
secondo il metro bacio di Melpomene.

L’Autore

nb. Le note segnalate con la dicitura Ndc sono a cura di Nicoletta Pia Rinaldi - Proprietà letteraria riservata©

sabato 31 ottobre 2015

Variazione - dal terzo canto dell'"Art Nouveau"; di Giancarlo Petrella

Questi occhi sembran, mirando, in eterno
a dar amore pronti: pare[1] dicano[2]
la ragione del ché a la loro amica[3]
cedere non è dato[4] a una vil sorte,[5]
de le crudeli,[6] il ghigno, [7] ore assorte[8]
a smembrar Giovinezza, rosea antica
Dea;[9] in questi occhi, risanasi l’Eterno.[10]

All’infinito rendono[11] una culla;[12]
come a la spene il proprio grembo, l’anima
pacata e dolce, l’usignolo (vani
pensieri) dona;[13] ah! giovinezza, triste
parola, fedeltà eppur in te[14] esiste;
del mare i resti e della terra i cani
infernal rendono immonda la culla.[15]


Ho costituito questa composizione conservando del sonetto la divisione in due parti e la presenza di quattordici versi. Ogni parte è rimata seguendo questo schema: ABBCCBA; nel primo e l’ultimo verso v’è una parola-rima, nel secondo una sdrucciola come rima mascherata con l’ultima parola del verso. I troncamenti che ho posto li ho desunti dall’uso settecentesco; mentre il sonetto, da un punto di vista squisitamente metrico, non si esprime come totale rivoluzione.
L'Autore

[1] Ritengo che questo pare si ricolleghi all’idea di distruzione che pervade il canto; ovvero pur data la distruzione delle cose, gli occhi riescono a dar amore, ciò sembrain eterno, dacché, interpretando i due punti quale inizio di una concessiva, essi spiegano come la fanciulla non cadrà nell’oblio (così ho interpretato vil sorte). Ndc
[2] Termine colloquiale, che in questo contesto acquista dei connotati prettamente lirici. Ndc
[3] Rima mascherata (dicano, amica) che lega i due versi in quanto non crea alcuna divisione ritmica, la piccola percezione della somiglianza fonetica li avvicina sensibilmente, senza interrompere la fluidità.
[4] Il darsi delle cose è ciò che definiamo fato.
[5] Smembramento quasi totale dell’ordine sintattico della frase. Ndc
[6] Durezza delle immagini, sicché durezza dei suoni (crudelighigno etc.).
[7] Nel testo vengono meticolosamente segnalate le dialefe. Ndc
[8] Il suono, inteso come andamento fonetico, fornisce i silenzi adeguati al pensiero: Questi occhi sembran, mirando, in eterno e alla recitazione: de le crudeli, il ghigno,  ore assorte ovvero la virgola non fornisce pause, ma le ricorda. Il ritmo non è dato da schemi sillabici prefissati, ma dall’alternanza di suoni (anche le allitterazioni formano alternanze); perciò riusciamo pur a distinguere versi in endecasillabi d’un buon versificatore, da quelli stomachevoli. La scelta delle parole non si riduce esclusivamente a questioni lessicali, benché tutta l’importanza del lessico è fuori discussione.
[9] La Giovinezza viene definita rosea antica DeaNdc
[10] L’apparenza diviene realtà: non solo gli occhi danno amore e spiegano l’immortalità della fanciulla, ma in essi risanasi l’eternoNdc
[11] Centralità dei verbi donare e rendereNdc
[12] Dall’infinità temporale a quella spaziale; lì la distruzione, qui la malinconia è l’elemento distintivo. Ndc
[13] Se nella prima parte l’ordine sintattico invertito “sfida” il tempo, ritengo che qui la rottura del periodo rappresenti uno “scontro” con lo spazio. Ndc
[14] La solennità del componimento vien data anche dall’impiego di termini aulici e inusuali, quali spene e fideltateNdc
[15] Figura indicante il divenire. Ndc


di Giancarlo Petrella,
tratto da "La Morte del Tempo - Art Nouveau"
Proprietà letteraria riservata©

nb. Le note segnalate con la dicitura Ndc sono a cura di Nicoletta Pia Rinaldi - Proprietà letteraria riservata©